Lo spettro dell’influenza aviaria, il virus H5N1 che sta flagellando i polli in Oriente, le minacce terroristiche di scatenare attacchi batteriologici in grado di fare strage nella popolazione, sono solo alcune delle paure, spesso concrete, che potrebbero cambiare dall’oggi al domani le condizioni della vita sulla terra. Già in passato per malattie che oggi potrebbero far sorridere, la gente dei nostri paesi fu sterminata ripetutamente, ed ancor oggi si possono trovare delle prove di quelle tristi situazioni. L’amico Aldo Marchesini le ha cercate per noi.
L’11 settembre, giornali e televisioni tornano sulle immagini del terrore: ogni volta rinnovano l’angoscia e paventano la possibilità di nuovi ‘assesti terroristici’, ‘bombe sporche’, ‘aggressioni batteriologiche’. Tutte informazioni che dai e dai, lasciano piccole ossessioni, e sacche di ansia e panico, pronte a toglierci la lungimiranza nei pensieri, aumentando la nostra percezione del rischio, molto prima, anche senza trovarci sotto una concreta minaccia degli scongiurati eventi, da cui certo stare in guardia. Ogni epoca ha avuto il suo schiacciamento psicologico, non è sicuramente un prezzo da pagare solo ai nostri tempi, é una fatica tra le altre fatiche del vivere quotidiano. Osservate ad esempio le ‘informazioni’ che derivano dalla chiesa Parrocchiale Sant’Ambrogio di TREZZANO SUL NAVIGLIO, recentemente restaurata. Io la trovo bellissima, con grande orgoglio e curiosità trovo preziosi tutti i frammenti, gli avanzi, i rattoppi degli affreschi. Di ciascuno vorrei conoscerne l’epoca, il valore ed il significato. La ragione? Perché sono antichi e rappresentano la comunicazione di allora, il ‘testimone’ di una staffetta pregna del tempo passato, la somma del vissuto, fatto dalla gente che consumava la sua quotidianità a Trezzano, camminando appena un centimetro sotto la terra dei nostri passi.
Ebbene, accorgetevi anche voi di una particolarità e del suo significato: guardando l’affresco dell’altare laterale di Sant’Antonio Abate (d’epoca cinqucentesca), il trittico riporta raffigurati sui fianchi, San Rocco e San Sebastiano.

La circostanza che fa riflettere è che gli stessi santi Rocco e Sebastiano, sono nuovamente ridipinti, in epoca successiva, probabilmente intorno al 1604, sopra le colonne che sorreggono l’arco del presbiterio (sui fianchi dell’altare maggiore). E’ mai possibile che con l’enorme numero di Santi che ci sono, la venerazione e l’intercessione dei Trezzanese fosse rivolta nuovamente a San Rocco e San Sebastiano? La ragione di tanta venerazione è che San Sebastiano e San Rocco, sono due dei quattordici santi protettori dalla peste. Dunque, quanto gravava sui nostri antichi compaesani la preoccupazione per la peste? Senza scampo, ciclicamente più o meno ogni tredici anni, ‘la bomba batteriologica’, ritornava per portarsi via tre Trezzanesi su cinque. Quando si avevano notizie di contagio dai paesi vicini, si preferiva parlare di ‘febbre perniciosa’, di ‘disturbi da febbre’, mai era usata la parola ‘peste’, finché non fosse talmente palese a tutti da non essere più neanche necessario menzionarla; quando ciò avveniva era già il panico e la disgregazione del tessuto sociale. ‘Lo spavento, la moria ovunque portò orribili stragi e profonda disperazione, i poveri giungevano a disprezzare l’autorità, la magistratura e fin la stessa morte. …Approfittando dell’universale sciagura, molte persone s’abbandonarono ad ogni sorta di furti, sia nelle case semi abbandonate dalla gente morta o in fuga, sia per rapina, ma anche di sacrilegi, di sozzure, una particolare pervertitura fu operata dei monatti (trasportavano i malati e sepellivano i morti) sui languenti.’
Le uniche misure preventive, dettate dal Signore di Milano, erano di non permettere a nessuno di avvicinarsi alla città, provenendo dai luoghi infetti, pena la forca. Nessuno aveva idea di che profilassi seguire, la cura era tutta empirica, improntata a far uscire dal corpo gli ‘umori malefici’. Tutto ciò che si faceva era quindi di procurare vomiti, clisteri, causare fistole, pustole e salassi di sangue. Per il panico, la gente si purgava e svuotava fino ad essere sfibrata, tutto per estromettere la causa del malessere interiore.
Quando il contagio era al culmine, venivano organizzate delle processioni e raduni di preghiera per scongiurarlo; purtroppo, l’effetto del raduno di folla dava ulteriore ferocia alla diffusione del morbo. ‘Il terrore della peste flagellò già nel 1347, all’inizio d’ottobre proveniente da navi genovesi, poi nella primavera del 1361 colpì Milano e lasciò 77 mila morti. Per la terza volta, il gavacciolo pestifero colpì dal 1371 al 1374. In Lombardia, entra da Piacenza e la mortalità fu grandissima. Colpì ancora nel 1381, poi nuovamente alla fine di novembre del 1401. Un architetto tedesco, dovendo conferire sui lavori del Duomo col duca Gian Galeazzo Visconti, rifugiatosi nel castello di Cusago, per paura della peste, e non potendosi avvicinare al castello, dovette conferire col duca, uscito a cavallo, sulla strada tra Baggio e Cusago. Nuovamente vi fu contagio nel 1424. Quando i capitani del popolo, nel 1448, allestirono a Cusago, solo un miglio circa da Trezzano, nella casa detta ‘Palazzetta’, dietro al castello, un ricovero per poveri esposti
al rischio di contagio, per trasportarli, in quel primo lazzaretto Milanese, noleggiarono 2 barconi, uno grande ed uno piccolo per trasportarli via Naviglio, dotarono inoltre il lazzaretto di personale (molto del quale fu rimpiazzato perché colpito dal morbo): barbieri-cerusici (che avevano titolo per piccole cure infermieristiche), speziali (farmacisti), preti, cavatori, beolchi, cuochi, seppellitori. Per Cusago si sono acquistati anche 9 carri di vino;’ strana terapia.
Coll’inciprignir del contagio ogni paese si attrezzò di uno spazio a lazzaretto. Quando da Corbetta, che dista tre miglia da Trezzano, una grida del 27 marzo 1449, l’annunciò essere infettata, un lazzaretto per Trezzano si raccolse spontaneo, sul fianco del cimitero (che un tempo era di fronte alla chiesa), situato quindi dove attualmente c’è la scuola materna comunale di via Rimembranze. ‘Nell’anno 1451 la peste mandò desolata Milano ed il suo contado.’ Nel 1524 la peste nella vicina pieve di Rosate, fece migliaia di morti raggiungendo fino al 35-40% della popolazione. La peste successiva del 1576 durò 18 mesi e fu lo sterminio anche ad Assago, lì, nella sua chiesetta, come per la nostra, si trova presente un trittico affrescato con San Sebastiano e San Rocco.
C’erano vere e proprie cataste di cadaveri e un odore intollerabile ovunque. …i monatti s’erano così avvezzati ad aver da fare con la morte e coi cadaveri da sedervisi sopra ed in quella posa tracannare vino. Spesso si vedevano cadaveri afferrati dalle braccia dal monatto e, per lo stato di turpe putrefazione delle giunture, perdere il braccio staccato dal corpo.’ La ‘peste’, ‘il mal seme della peste’, ‘la pestifera contagione’, ‘la peste nera’, ‘la peste bubbonica’, ‘il gavacciolo pestifero’, era una malattia diffusa dalle pulci di topo, che si annidano e prosperano nella sporcizia. Le pulci, come le zanzare, pizzicano le persone per succhiarvi il sangue lasciandole contagiate, un tempo, senza la penicillina per guarire, si soccombeva. Un panico ed un’angoscia personali e collettive, che, come dice la storia ed il vissuto cittadino, si alleviano nella comunicazione, nella scienza, nella prudenza e nelle invocazioni di fede.
Bibliografia: Trecianum
Aldo Marchesini