BACHECA

Uno spazio per curiosi, stanziali e turisti. Per chi non tace. Arti, lettere, riflessioni, emozioni a mano libera, di chi si gusta anche solo di suprema semplicità. Da, e per, i frequentatori che vogliono sostare a condividere il frizzore della tregua totale, di quando gli animi irrequieti sono a casa.

 

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=0dRY_uuYIo0

 

"Non avevo mai visto una quercia camminare!":

 

ha esclamato un uomo. La quercia di via Treves ha traslocato nella mattina di lunedì 16 marzo.

 

Gli operai erano al lavoro dalle 8 ed era ormai ora di pranzo, quando Madama Quercia è giunta, scortata da due poliziotti in motocicletta, presso la nuova dimora, orgogliosamente accanto al Monumento ai Caduti, di fronte al cimitero di viale Rimembranze.

 

"E' un buon terreno. - spiega l'assessore all'Ambiente - Oliviero Camisani - E' vicina al Cavo Borromeo. Ringrazio tutti gli operatori che con grande sensibilità e a titolo gratuito si sono adoperati per lo spostamento della quercia. Tanto di cappello. Mi davano del matto, quando ho detto che volevo spostarla, ma non poteva rimanere dove stava. Sarebbe morta.

 

Comune e Aler costruiranno sul terreno in via Treves 59 appartamenti popolari". La pianta è stata prelevata da una grande gru e trasportata su un mezzo apposito, evitando con attenzione i lampioni. Assistevano ai lavori, oltre a Camisani, il presidente di "Salvambiente" Novi, il signor Merlini e due volontari Amici del Parco Centenario, Roselli e Tartaglia. Un attimo di suspense quando la quercia ha attraversato viale Rimembranze, sbattendo contro le fronde degli altri alberi.

 

(Fonte: L'eco della città - Valentina Bufano )

          

Uniti per spostare un’anziana di 30 tonnellate

È alta come un palazzo di tre piani, pesa quasi 3.000 chili e nella sua lunga vita di ottuagenaria ha conosciuto almeno tre generazioni di Trezzanesi

TREZZANO SUL NAVIGLIO (18 marzo 2009) – Trenta tonnellate di peso, 9 metri d'altezza e ottant'anni di vita alle spalle. C'è voluta una potente gru per spostare una “anziana” conosciuta da tutti in via Treves: una maestosa quercia, salvata dal taglio dal vicesindaco e assessore all'Ambiente del Comune di Trezzano, Oliviero Camisani, che per l'occasione ha trovato il proficuo appoggio di alcune aziende del territorio.

Le operazioni per spostare l'albero dall'area verde di via Treves, dove sorgeranno 59 alloggi di Aler in edilizia economica-popolare, sono iniziate alle ore 8.30 di lunedì 16 marzo. Una ruspa ha scavato tutt'attorno alla quercia, fino a raggiungere 3 metri e mezzo di profondità.

L'albero è stato imbracato con speciali catene dotate di protezioni. Ma ci sono volute due ore e mezzo di lavoro per riuscire a scollare dalla terra la quercia. Ha resistito, inizialmente, anche alla forza del braccio meccanico della grossa gru messa a disposizione dall'azienda Facchini trasporti eccezionali: si pensava che la quercia pesasse 20 tonnellate, 10 in meno all'effettivo peso.

Preziosa anche la collaborazione che ha fornito Enel Sole, oltre a quella di Cave Merlini, Midec e Grignola manutenzione verde. La quercia è stata caricata su un camion e trasportata nella vicina area del cimitero di via Rimembranze, dove è stata ripiantata nel primo pomeriggio vicino al monumento ai caduti. È in questa fase che sono intervenuti i volontari dell'associazione Salvambiente di Trezzano, che hanno nutrito il terreno con del radicante.

“Ho fortemente voluto il salvataggio di questo splendido albero – dichiara il vicesindaco Oliviero Camisani – e grazie all'apporto di alcuni imprenditori di Trezzano siamo riusciti a spostare la pianta, che altrimenti sarebbe stata tagliata. Un intervento positivo quello dei privati, che hanno dimostrato così per l'ennesima volta la loro voglia di partecipare attivamente e gratuitamente a iniziative che meritano un plauso, perché sono rivolte al rispetto del verde e dell'ambiente. Ora tutti i Trezzanesi potranno ammirare la quercia nella sua nuova dimora”.

Una seconda quercia presente nell'area verde di via Treves è stata invece lasciata al suo posto perché troppo debole per sopportare un'operazione di “trasloco”: è stata infatti colpita, negli anni passati, da un fulmine alla base. Si era formata una cavità all'interno della quale centinaia di calabroni avevano realizzato un favo.

Ufficio stampa Comune di TREZZANO SUL NAVIGLIO

telefoni 02.4860.1721 – 335.6671.574

e-mail trezzano@ctrcomunicazione.it

 

 

Che bella cosa è la Terra e quanto è GRANDE, seppure così piccola!

 

Paolo Lombardo

 

 

 

L’attesa è finita, riecco, i fiori sono tornati.

 

E’ la stagione dei “pascoli erbosi”, nulla ci può mancare.

 

Cambia la grande scena dell’inverno, non se ne poteva più di giornate buie, grigie e piovose.

Riecco, finalmente tornano a spuntare corolle e minuscoli petali, un crescendo di gioia pura che punteggia di colore gli occhi di ciascuno, e impatta nella corteccia visiva, prima stazione del cervello che ne fa stille di energia e insieme il più importante e incredibile conforto, contentezza e gioia di vivere.

 

Tutti i cambiamenti della vita sono pieni d’incognite e paure inconfessate, ma i prati con i fiori, le piante intere piene di fiori, che c’invadono sono vitalità formidabile e benvenuta.

Sono loro, che riempiranno la scena in un crescendo nuovo, che spuntano puntuali dopo una stagione fredda e pregna di pensieri esausti. I fiori sono conseguenti al sole e portano insieme colori e aria profumata; certezza di luce e di sole: «niente rende più piacevole la vita quanto la certezza di una giornata di sole».

 

I fiori, ossia la sessualità, bella e incensurabile della natura, è un  adorno buono anche per un altare. Fiori di pesco, mimose, primule, viole, forsizie, camelie, margherite, rose, e anche l’aria diventa colorata di fragranze profumate, particelle di memoria e reminiscenza, un vibrato quasi intangibile ma che come musica colma di ritmo ed armonia la nostra vita. Un fiore è anche simmetria, ordine, eleganza, un modello minuto di semplicità perfetta da guardare. Le cose semplici a volte sono invisibili, nel senso che non le notiamo, sono ovvie, eppure persino una qualsiasi attività si dice "fiorente" mutuandone l’immagine.

 

Nell’osservazione attenta, i prati, i davanzali, le mensole e i ripiani fioriti, cosa vi suggeriscono? Che cos’è per voi una pianta di pesco o una di ciliegio in fiore?

 

Lo chiedo di più a quelli che sono in difficoltà, preoccupati per l’instabilità del lavoro, angosciati per averlo perso, per lo sfratto, per la malattia, o dissimulano normalità pur essendo pesantemente aggravati dalla responsabilità di farcela. Non lasciatevi cadere le braccia, non perdetevi d’animo. Ogni prova, quale che sia, ha la durata di una “stagione”, una durata  limitata. Non c’è da dubitare. Dappertutto si ostenta o si aggiunge il colore dei fiori col loro profumo, tutto spegne la tristezza dell’“inverno” riaccendendo la speranza, che dopo torni sempre la “primavera” che rischiara.

 

I pensieri negativi, gli affanni accumulati e persino la depressione, lasceranno il posto ad un bel respiro, completo, profondo che espanda i polmoni, l’addome e riempia le clavicole, in un totale riempimento di aria nuova e profumata. In questi giorni tutto concorre ad un supremo risveglio della natura, da ammirare e condividere, di grandi energie che si attivano dal poco, basta coglierle e riempirsene gl’occhi. Lo sguardo chino a terra si deve levare sopra i tetti, verso il cielo, sulle cose positive. Via la mestizia ed il mondo s’illumina, le cose cambiano in continuazione, soltanto non restate fermi, passivi e prostrati; il mondo è pieno di ossigeno da respirare; via i tuguri dalla mente.

 

Aldo Marchesini


 

Ridiamo la giostra ai bambini di Trezzano

Il buon fine della solidarietà per la giostrina bruciata

 

Nella notte di sabato 17 febbraio 2007, è stata data alle fiamme la GIOSTRINA DEI BAMBINI, collocata al centro di piazza San Lorenzo a TREZZANO SUL NAVIGLIO.

 

All’indomani, incredulo, sono passato in piazza per vedere se lo spregio fosse stato davvero possibile. Quel grande gioco a cui tutti riconosciamo le prime gioie di bambini era una carcassa deprimente da lasciarti in apnea. Tra gli avanzi anneriti della giostrina mi sono avvicinato alla signora Corsini, che muta li ripuliva dalla piazza. I resti inceneriti della giostrina, erano anche i resti del suo lavoro spazzato via. Accostandomi alla sua mestizia sentivo il bisogno d’interrompere il suo silenzio ed anche il mio. Non saprei dire come si sia reso possibile subito un dialogo dal corso facile, inaspettatamente -il suo-, senza sfoghi di collera, ma col respiro di una madre. Lei, giostraia da tre generazioni, mi spiega che sono vent'anni che viene a Trezzano con la sua giostra: «i bambini di un tempo adesso sono padri e madri che ci vengono a trovare coi loro bambini».

 

«Non è corretto dire "ci vengono", bisogna dire ..."ci venivano" a trovare, infatti la nostra giostra non c'è più».

«Era il nostro lavoro, il lascito di mio marito che ho perso che era ancora giovane. Da sola e senza giostrina non ce l'avrei mai fatta a tirare grandi i miei due figli. Adesso sono completamente smarrita faccio fatica a realizzare la situazione che ci toccherò affrontare. Non eravamo assicurati per l’incendio, mio figlio l'aveva appena riverniciata e manutenzionata di fino, per tenerla sempre bella e vivace di colori. Una giostra, la si può mettere insieme solo con il lavoro di una vita e va tenuta dacconto. Certamente non sono più in grado di ricomprarla. Non  so, ...non so!»

«I Trezzanesi, ...è gente che ci vuole bene, abbiamo avuto subito la loro solidarietà, sono dispiaciuti come se la giostra dei bambini fosse anche un pò loro. Non so più cosa dire», …e cede, cediamo, alla commozione.   

Solo chi non ha lo sguardo sul viso delle persone, trova semplice passare di qui e trovare, senza benevolenza, per sé solo, le spiegazioni che vuol cercare.

Lisa, invece, una signora di Trezzano, mi cerca per raccontarmi che alla vista della giostrina completamente bruciata, si é sentita accendere anche lei -dentro- col bisogno di promuovere subito una gara di solidarietà, per aiutare questa povera donna e la sua famiglia; cercava il mio e l’aiuto di tutti, per un gesto, se non riparatore, almeno da contrapporre a chi cerca solo le ore del buio per rendersi anonimo e vile ancora prima di farsi vandalo e rovina.

Insieme ad alcuni commercianti della piazza, promuove subito dei salvadanai da lasciare nei negozi, poi insieme a Nino e all’Associazione Vivi Bambino, ci uniamo per sensibilizzare Trezzano s./N. a raccogliere “briciole di giostrina”. L'obbiettivo è di mettere insieme una quota che consenta alla famiglia Corsini, almeno di accedere all'acquisto di una giostrina usata.

Con la chiusura della festa di domenica 27 maggio, si può dire che la solidarietà ha raccolto un risultato dignitoso: a consuntivo € 6.014,64. Un bel grazie, va a tutti quelli che hanno dato un segno concreto. Infine, il giorno 22 giugno, i 6 mila euro sono stati consegnati per accedere all’acquisto di una giostrina usata ai sigg. Corsini.

Nessuno scellerato, potrà vantare di essersi divertito più di quelli che sentono ardere il proprio cuore coi valori della solidarietà, con la gioia di vivere, e l'operoso concorrere al bene comune; tra noi nessuno è solo: Trezzano siamo noi!

Aldo Marchesini

febbraio 2009: ... e riecco la giostrina

LO SAPEVATE CHE.....

Che è impossibile mordersi il gomito.

Che la Coca Cola era originariamente verde.

Che è possibile fare salire le scale ad una vacca ma non fargliele scendere.

Che il verso di un'anatra (Quac, quac) non fa eco e nessuno sa perchè.

Che un coccodrillo non può tirare fuori la lingua.

Che i porci non possono fisicamente guardare il cielo.

Che se tentate di trattenere uno starnuto, potrete causarvi la rottura di una vena nel cervello o nella nuca, e potreste morire.

Che l'accendino è stato inventato prima dei fiammiferi.

Che ogni re delle carte rappresenta un grande re della storia:

Picche: Re David.

Fiori: Alessandro Magno.

Cuori: Carlomagno.

Quadri: Giulio Cesare.

Che moltiplicando 111.111.111 x 111.111.111 si ottiene12.345.678.987.654.321.

Che in una statua equestre: se il cavallo ha due zampe per aria, la persona sul suo dorso è morta in combattimento, se il cavallo ha una delle zampe anteriori alzate, la persona è morta in seguito ad una ferita inferta in combattimento, se il cavallo ha le quattro zampe per terra, la persona è morta per cause naturali.

Che il nome Jeep viene dall'abbreviazione usata nell'esercito americano, auto per le 'General Purpose' cioè G.P. pronunciato in inglese.

Che è impossibile starnutire con gli occhi aperti.

Che i destri vivono in media nove anni più dei mancini.

Che lo scarafaggio può vivere nove giorni senza la sua testa, prima di morire ... di fame.

Che gli elefanti sono gli unici animali del creato che non possono saltare (per fortuna).

Che una persona normale ride circa 15 volte al giorno.

Che la parola cimitero proviene dal greco koimetirion che significa: dormitorio.

Che nell'antica Inghilterra la gente non poteva fare sesso senza il consenso del Re (a meno che non si trattasse di un membro della famiglia reale). Quando la gente voleva un figlio doveva chiedere il permesso al Re, il quale consegnava una targhetta che dovevano appendere fuori dalla porta mentre avevano rapporti.La targhetta diceva Fornication Under Consent of the King (F.U.C.K.).Questa è l'origine della parola.

Che durante la guerra di secessione, quando tornavano le truppe ai loro quartieri senza avere nessun caduto, scrivevano su una grande lavagna 0 Killed (zero morti).Da qui proviene l'espressione O.K. per dire tutto bene.

Che quando i conquistatori inglesi arrivarono in Australia, si spaventarono

nel vedere degli strani animali che facevano salti incredibili. Chiamarono immediatamente uno del luogo (gli indigeni australiani erano estremamente pacifici) e cercarono di fare domande con i gesti. Sentendo che l'indigeno diceva sempre Kan Ghu Ru adottarono il vocabolo inglese kangaroo (canguro. I linguisti determinarono dopo ricerche che il significato di quello che gli indigeni volevano dire era 'Non capisco.'

Che l'80% delle persone che leggono questo testo hanno cercato di mordersi il gomito!

 

CONSIGLIO:

Quando il tuo lavoro ti rompe, e sei sull'orlo della depressione, e niente va come vorresti, fai così: uscendo dall'ufficio, fermati in una farmacia compra un termometro rettale 'johnson and johnson' (solo questa marca). Aprilo e leggi le istruzioni. Troverai questa frase da qualche parte: ogni termometro rettale 'johnson and johnson' è stato personalmente provato nella nostra fabbrica. Ora chiudi gli occhi e ripeti ad alta voce per 5 volte: 'sono felice di non lavorare nel reparto controllo di qualità da 'Johnson and Johnson' !!!!

 

 

Subway 2008: Valentina Bufano selezionata con una poesia

TREZZANO S/N – 200 i poeti partecipanti nell'edizione 2008 del premio letterario destinato agli under 35. Più del triplo i racconti, molti spediti da Roma, da Palermo, insomma molto fuori Milano. “Subway-Letteratura”è nato nel 2002. Il Premio ha lo scopo di dare visibilità ai giovani talenti e volutamente non offre somme di denaro, ma garantisce per i vincitori una buona visibilità, che l'artista dovrà essere capace di sfruttare. Valentina Bufano è stata selezionata per la seconda volta (la prima nel 2006) nella sezione Poesia, che vede in Giuria Davide Rondoni, Milo De Angelis e Paola Loreto.

Il tema di quest’anno era: “Viaggiatori sotterranei - la nostra parte invisibile”. Quattro le sezioni: racconto, poesia e copertine, quest'ultima una novità, racconti di under 19 (vincitrice tra 139 concorrenti: Alice Gioia da Pavia). La premiazione è avvenuta presso la Sala Stampa di Palazzo Marino a Milano il 21 maggio. “Subway letteratura 2008”è ideato dall'Associazione Laboratorio-E20. A partire da Maggio verranno installati nelle città di Milano (fino a metà giugno), Mantova, Napoli e Roma (giugno), Venezia (settembre) e Palermo (ottobre) 106 Juke-Box Letterari dai quali si prelevano gratis i volumetti a firma di giovani scrittori per una tiratura di 4.000.000 di copie in carta riciclata. Un libretto è dedicato all’Opera che meglio descrive le trasformazioni culturali nel territorio urbano. Per Milano il vincitore è Gabriele Zoya, classe 1976.. Per i racconti la giuria era composta tra gli altri da Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino, curatori della manifestazione, e da Milo De Angelis, Raul Montanari, Andrea G. Pinketts e Davide Rondoni.

 

 

 

 

Il cibo, le differenze culturali, i comportamenti e l’educazione.

 

Mamma ho un insetto nel piatto.

 

Questa estate ho viaggiato e sono finito in un paese che mi ha costretto a riflettere sulla connotazione del cibo.

Devo anticipare che la cucina che mi ha accompagnato nel viaggio è sempre stata apprezzabile e anche deliziosa, ma soprattutto nelle zone rurali l’offerta era “particolare”.

Lungo le strade provinciali c’erano spesso venditori con piccoli chioschi che vendevano spiedini di granchi d’acqua dolce e topi di risaia, i granchi hanno poca polpa ma gustosa, i topi sono una specie più delicata perché si nutrono solo di riso.

 

Beh!, avete la stessa faccia di mia moglie: non vi piacciono i granchi?

Scherzi a parte, mi viene subito in mente un accostamento col pecorino sardo “quello che cammina”, nel senso che risulta pieno di vermetti. Il pastore sardo che cercava di scalfire il mio ribrezzo alla vista dei bianchi bigattini frenetici, mi spiegava che avevano lo stesso colore e sapore del pecorino perché avevano assunto solo quel formaggio.

 

Nel mercato rurale di quel paese straniero, c’era un banco con una grande varietà di cibi pronti, le specialità più vistose erano gli insetti: cavallette caramellate, scarafaggi neri o rossi, bachi di crisalide, blatte giganti gratinate: una mangiata da svenire.

 

   

 

 

Davanti alle casseruole piene d’insetti cotti, scattano tra i compagni di viaggio, i commenti più vari e i risolini trattenuti per rispetto, che subito irrefrenabili finiscono in gran risate, perché tanto “non possiamo essere scortesi se non capiscono l’italiano”. I commenti: …aah! ..aah!, “v’immaginate l’allevamento”? “E la macellazione come la fanno, con l’insetticida”? “Non sarà poco digeribile l’insetticida”? E via così.

In Tailandia, fatta eccezione per la “mozzarella” (o l’eventuale surrogato), non mangiano formaggio.

Il coniglio, è considerato un animale domestico di compagnia e nessuno lo farebbe con le patate. I cani invece randagiano, razzolano, grufolano senza fare compagnia e qualcuno se li mangia.

 

Quando c’è solo ironia e disistima per l’insolito e la diversità, non è sufficiente liberare un ridere convulso, ma anche chiedersi: “Cosa avrei fatto io, se per sorte fossi nato a Changrai”?

 

In definitiva, non c’è nessuna differenza culturale sul cibo. Che fame aveva il pastore sardo costretto ad assaporare per primo il suo formaggio scaduto? Nient’affatto diversa dal povero contadino tailandese, cinese, africano, costretto a portarsi alla bocca insetti?

 

 C’è poco da ridere, sono oltre 1400 le speci consumate regolarmente in tutto il mondo, in particolare in 36 paesi africani, così come in 29 paesi asiatici e in 23 paesi nelle Americhe. La FAO l'8 novembre scorso, ha presentato uno studio in cui s’invitano le popolazioni più povere a considerare gli insetti commestibili, come i bruchi e le larve, un’importante fonte di proteine e un'alternativa nell'ambito degli sforzi tesi ad aumentare la sicurezza alimentare nei Paesi dell'Africa centrale.

 
Gli insetti, secondo questo studio, hanno una proporzione di proteine e grassi più alta di quella del manzo e del pesce, con un elevato valore energetico. Per ogni 100 grammi di bruchi essiccati, ci sono circa 53 grammi di proteine, circa il 15% di grasso ed il 17% di carboidrati.

 

Non ci sono animali puri e impuri. Gesù, dichiarava mondi tutti gli alimenti: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell`uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?».

 

Aldo Marchesini

 

Se un altro uomo ti ruba la moglie non c'è miglior vendetta che lasciargliela.  
Sacha Guitry  

Dopo il matrimonio,marito e moglie diventano come le facce della stessa moneta; non possono vedersi, però stanno insieme.  
Hemant Joshi  

In ogni caso, sposati.  
Se è una buona moglie, sarai felice. Se è una cattiva moglie, sarai un filosofo.  
Socrate  

Le mogli ci ispirano grandi cose, il guaio è che non ci permettono di conseguirle.  
Dumas  

Recentemente ho letto che l'amore è una questione di chimica.  
Deve essere per questo che mia moglie mi tratta come se fossi un rifiuto tossico.  
David Bissonette  

La grande domanda... alla quale non ho potuto rispondere... è:
Che vuole una moglie?  
Sigmund Freud  

'La gente ci chiede il segreto del nostro lungo matrimonio. Noi riserviamo per andare al ristorante due volte alla settimana. Lume di candela, cena,musica di sottofondo e ballo. Lei ci va i giovedì ed io i venerdì.  
Henny Youngman  

'Non mi preoccupa il terrorismo. Sono stato sposato per due anni'  
Sam Kinison  

'C'è una maniera di trasferire soldi che è più rapida che alla banca. Si chiama matrimonio.'
James Holt McGavran  

'Ho avuto sfortuna con le mie due mogli. La prima mi ha lasciato, la seconda... no.'  
Patrick Murray  

Due segreti per mantenere vivo il matrimonio:  
1. Quando hai torto, ammettilo  
2. Quando hai ragione, taci.
Nash    

Sai che facevo prima di sposarmi?  
Quello che volevo.
Henny Youngman  

Io e mia moglie siamo stati felici per vent'anni. Poi ci siamo conosciuti.  
Rodney Dangerfield  

Il matrimonio è l'unica guerra nella quale uno dorme con il nemico.
Anónimo  

Un uomo mise un annuncio su un giornale: 'Cerco moglie'. Il giorno seguente ricevette un centinaio di lettere. Tutte dicevano la stessa cosa: 'Ti cedo la mia.'  
Anónimo  

Primo uomo (orgogliosamente): 'Mia moglie è un angelo!' Secondo uomo: 'Sei fortunato, la mia è ancora viva.' Anónimo  

 

 

 

(fonte: www.university.it)

 

Chiara Lossani "All'ombra della pagoda d'oro"

Rizzoli RCS Libri - In libreria febbraio 2008

Quando i militari birmani fanno incursione nel suo villaggio, Lin riesce a fuggire con altri ragazzi. Insieme vanno fino a Rangoon, dove sperano di ritrovare i loro genitori. Inseguiti dalla polizia, ritenuti una banda pericolosa, finiscono nel giardino della villa dove Aung San Suu Kyi vive agli arresti domiciliari. Di sfuggita arrivano a conoscere quella donna straordinaria, capo carismatico della resistenza e premio Nobel per la pace, e decidono infine di opporsi come possono alla giunta militare che governa il Paese. Questo romanzo è la storia verosimile di alcuni ragazzi in fuga e insieme un ritratto fedele della Birmania di oggi.
 
Com’era bella la voce di Suu Kyi quando parlava del suo popolo, cioè di loro, pensò Lin. Sprigionava forza. Le tornò in mente un antico proverbio: Diecimila uccelli si posano su un solo albero buono.
Era così, quella donna. Un albero dai rami forti, pronti ad accogliere quelli che cercavano rifugio.
 
NOTE BIOGRAFICHE
Chiara Lossani è direttrice della biblioteca di TREZZANO SUL NAVIGLIO, vicino a Milano. Il romanzo All’ombra della Pagoda d’Oro è nato dal suo grande amore per la Birmania e dall’indignazione per quanto sta succedendo al suo popolo. Tra i libri per ragazzi che ha pubblicato, Tre primavere al castello, ambientato a Issogne, in Valle d’Aosta.
I diritti d’autore per la vendita di questo libro verranno devoluti ad associazioni umanitarie che operano nei campi profughi birmani.

 

Piazza Madre Teresa di Calcutta, al Tr4

 «…Se Dio non fornisce i mezzi, significa che non vuole che quella cosa venga fatta. Se desidera che venga fatta, ve ne renderà i mezzi. Perciò non preoccupatevi. – Madre Teresa»

( Our monument  is surrounded by a flowerbed; on its base, some flowered plants have been aligned, together with little pieces of grounds from all over the world.; a resident has taken these pieces here from his journeys. This flowerbed will have, as time goes by, more and more “handfuls of pieces of  the world”. A mixture of  fragmets, of remote roots, of a country found, of a country lost: you can find everything here, enshrined by a face and by a contemplative ensemble of the heart of the world.)

C’è a Trezzano, nel quartiere Tr4, una spazio di indiscutibile vivacità culturale, è la piazza, intitolata al nome di Madre Teresa, una scelta toponomastica che non poteva eludere un destino di emulazione, non dico di identiche sante virtù, ma certamente per qualche tratto lodevole, ad esempio: prima piazza cittadina di “preghiera intereligiosa”, “quartiere che fa rima con pace”, “memoria”, “vigore, entusiasmo, gioia per la città”.

Fin qui, disposta geometricamente al centro dello sguardo di piazza Madre Teresa, bastava una stele, ossia una colonna, il simulacro di un preistorico “menhir” e cioè di una lunga pietra piantata verticalmente, l’equivalente di un’antenna, o di un indice rivolto al trascendente che c’è in cielo; un bisogno senza tempo. Per attrarre e trasfondere la smisurata potenza dell’energia vitale, sinonimo di amore e pace. Nei colori bianco ed azzurro dell’arredo urbano, sono ripresi quelli del sari di Madre Teresa. Uno evoca la luce, il chiaro colore della purezza, dell’innocenza, della giustizia; l’altro, il colore del cielo e delle cose che s’innalzano sulle cose terrene.

Dal 13 maggio 2006, in occasione della festa del quartiere, la piazza si è arricchita di un ulteriore valore simbolico ed evocativo, un cippo col busto di Madre Teresa, scolpito e fuso in vetroresina ed offerto dallo scultore Silvio Romano.

   Lat. Nord 45° 24,94' - Long. Est 9° 4,2185' 

L'AIUOLA DELLA TERRA DEL MONDO

 

Per abbellire l’aiuola del monumento, sono state allineate alla sua base una corolla di piantine fiorite, ma un residente ha disposto anche un altro decoro, apparentemente invisibile, piccoli pezzi di terra del mondo, raccolti in viaggio. Un’aiuola che si arricchirà, anche nel tempo, di continue altre “manciate di mondo”. Una mescolanza di frammenti, di proprie radici lontane, di un paese raggiunto, di un paese lasciato: tutto da ritrovare qui, custodito da un volto e da un insieme contemplativi del cuore del mondo.

 

Ad oggi qui sono presenti:

             

 C’è posto per una quantità di altri irrinunciabili frammenti, da portarci addietro e depositare qui per non perderli

Mettici una tua manciata di terra!

...un pezzo di terra raccolta dietro casa, di giù

...la terra; e i suoi sudori del mio villaggio

...Partii piangendo e da allora non sono più tornato. Tengo ancora con me un pugno di terra, che misi in tasca quel giorno; ogni volta che lo guardo, mi ricordo che esiste il paradiso.

...raspai tra l'erba e raccolsi un pugno di terra, la guardai con occhi pieni di lacrime e la lasciai sfuggire lentamente.

...amore, nostalgia, la terra degli antenati

...“Un pugno di terra, della mia terra: fango, pioggia, tempesta, sole; aroma fresco di paglia e di pane sofferto. Ho un pugno di terra. Della mia terra che mi grida nella mano”.

...raccogliere,in una mano, un pugno di terra e gettarla al vento in eredità al futuro che ascolta in silenzio.

...fruga nella tasca interna dalla parte del cuore ne estrae un cartoccetto di carta: dentro, un pugno di terra mista a fiori di campo, erbe secche

...Nella mia mano un pugno di terra la stringo forte è la mia terra.

...Si narra che Romolo, nell’atto di fondare Roma, facesse scavare un pozzo denominato Mundus, ed invitasse i suoi futuri concittadini a deporvi dentro un pugno di terra dei luoghi dai quali provenivano, oltre alle primizie della nuova stagione. E si dice che questo rito, che veniva ripetuto tre volte l’anno, servisse a rinsaldare quel patto di non belligeranza che avrebbe permesso a popoli di diversissime origini e tradizioni di partecipare non solo alla fondazione di una città, ma di una vera e propria civiltà.
La suggestione di uno spazio, fisico e mentale, dove genti provenienti dai più diversi Paesi possano fondersi e confondersi, senza rinunciare necessariamente alla propria identità, resta oggi molto forte.

Altre info: www.tr4.altervista.org

HO TROVATO UN PALLONCINO CON UN MESSAGGIO

di Aldo Marchesini

 

Nell’aria, un palloncino sale in cielo, si muove indeciso verso l’alto sospinto dalla sua leggerezza in un cielo d’inverno che promette la neve e porta l’imbrunire già nel pomeriggio, molto presto. Dunque il palloncino non ha fatto neppure in tempo a guardare dall’alto il finire del tramonto perché subito si è ritrovato, smarrito, nel colore buio di una sera che mista di pioggia e cristalli di neve lo tormentava, nel vuoto e nelle vertigini.

 

Saliva tra turbolenze e afflati, scodinzolando il suo filo con appesa una piccola busta di plastica, buona a ripararne il messaggio che conteneva. La strada del cielo è un percorso invisibile, e anche il palloncino ci si perdeva invisibile dentro la tormenta, diretto veloce ad un destino ancora oscuro.

Altissimo e intirizzito, sente l’elasticità farsi fragile per il gelo, sempre più fragile, fino al punto in cui come una bolla di sapone ha ceduto ad una sferzata più forte, esplodendo e disperdendo l’energia che gli dava il volo, un assordamento senza un’anima che lo notasse.

 

Una libertà ed una leggerezza che veniva di colpo a mancare. In caduta libera, vinto all’attrazione terrestre, vorticando con la codina che lo seguiva ovunque, giù verso il basso, in caduta libera verso  terra, a raggiungere la sua sorte.

 

Qui il suo arrivo.

 

Era il giorno dopo, sotto casa, fissavo il marciapiede attento a dove mettere i piedi per non scivolare, guardavo le foglie ammonticchiate e infradiciate dalla prima neve dell’inverno ormai quasi sciolta, quando in piazza Madre Teresa, ho intravisto i resti di un palloncino giallo con il filo ed un messaggio legato. L'ho raccolto, era un pò bagnato anche l'interno della busta, ma si leggeva lo stesso: 

 

PAOLO Classe 4^

Scuola Primaria Paritaria "Casa Sacro Cuore" via Lago n° 89 Bogno di Besozzo (VA)

23 novembre 2008

FESTA MISSIONARIA

Per spargere il profumo dell'amore di Cristo.

 

L’emozione del ritrovamento, del messaggio, mi ha acceso il desiderio di saperne di più, la distanza della località di partenza, la Scuola, di ricomporre mentalmente tutte le fasi dell’evento. Dunque, il volo è stato di molti chilometri, almeno una sessantina verso sud - sud/est, Bogno di Besozzo …mi viene in mente Besozzo: a metà della sponda destra del Lago Maggiore. Appena a casa, cerco con internet la scuola: c’è, ha anche una e-mail a cui scrivere, lo faccio subito:

 

«Caro Paolo, dunque, missione compiuta!

Oggi la tua lettera ha sicuramente portato il profumo dell'amore.

Devi inoltre sapere che dove è precipitata, in piazza Madre Teresa, c'è un'aiuola con il busto di Madre Teresa, e sotto, la terra dell'aiuola è particolare, perchè è una mescolanza di tante manciate e frammenti di terre del mondo. Ho pensato che la tua lettera volesse portare insieme al profumo dell'amore, una briciola di Bogno di Besozzo (VA) ad unirvisi; così l'ho messa insieme lì. Un abbraccio, grazie per il pensiero delizioso.

Ad oggi nella stessa aiuola sono presenti manciate e frammenti di: [...] e oggi anche ...VARESE (Bogno di Besozzo).

 

Gentile Signor Aldo,

io e i miei compagni di classe siamo stati molto contenti di ricevere la sua mail.

In particolare ci ha fatto piacere sapere che il messaggio di pace e di amore che abbiamo affidato al vento abbia trovato un luogo tanto significativo dove arrivare.

La ringraziamo per le sue parole e per il suo gesto che ci dimostrano l'esistenza della bontà nel mondo.

Cogliamo l'occasione per augurare a Lei e alla sua famiglia di trascorrere un felice Natale e di avere giorni sereni nel 2009.

Paolo

e i ragazzi di classe IV

di "Casa Sacro Cuore 

 

 

(Via Giusti ang. Via Manzoni - TREZZANO SUL NAVIGLIO)

 

VICINI VICINI, FESTA DEI QUARTIERI 2007.

Meglio un vicino di casa disponibile che un buon amico lontano.

Nella quotidianità e nel solco delle abitudini, ci ritroviamo di nuovo a sera, chiusi in casa con la nostra fiacca. Le pressioni e la stanchezza del lavoro, sempre più esigente e competitivo, la famiglia che richiede l’ultima energia rimasta ed insieme la necessità irrinunciabile di riprender fiato nel poco tempo rimasto, ci negano sempre più spesso la possibilità di frequentare gente, ambiti e occasioni fuori casa e quindi allargare le vedute e gli scambi personali.

La mancanza del socializzare e della condivisione col vicinato e poi col “cortile allargato” del nostro paese, ci portano a rinsecchire la comprensione, la tolleranza e la convivialità. Anziché “infiorare” di rapporti stimati e cordiali lo spazio più prossimo a noi, quello che ci è più caro: intorno a casa nostra, lo andiamo ad inaridire e deprimere con la nostra assenza e l’abbandono.

Un’alienazione niente affatto sana, lo sappiamo, è per questo che non dobbiamo cedere a lasciarci andare, a orbitare distanti e distaccati in un disinteresse che non darà certo buoni frutti. Chi si estranea, guarda solo a quello che ci maldispone e cerca solo le giustificazioni per inasprire le diffidenze.

Per fortuna, questa forma epidemica, non tocca tutti gli individui. Non riguarda quelli che a fronte di tanta demoralizzazione non rinunciano a costruire ambiti e occasioni per aprirci agli altri; in primis verso il vicinato ed il nostro quartiere. Ecco spiegato il valore delle feste nei quartieri di Trezzano.

Questa del 2007, che sarà la nostra terza edizione cittadina, e che quindi lascia presupporre un’andatura ormai lanciata a replicarsi in una vera tradizione, non deve sorprendere. Pochi sanno, che in Europa, le feste del vicinato, sono una vera tradizione ed un accoglimento che ha portato ad una moltitudine di sodalizi ed associazioni, tutte vocate al “mutuo soccorso” tra dirimpettai. Una  sussidiarietà in cui ad esempio, badarsi reciprocamente tra vicini soli, tra anziani o malati, ecc., diventerà ineluttabile.

Una città e dei quartieri destinati a riempirsi di abitanti anziani, deve riflettere sul ruolo attivo del buon vicinato e vedere in proiezione quanto sia auspicabile provvedersi vicendevolmente di vicini benevoli e amichevoli.

Quando si possano concretizzare, compiti di accompagnamento, cura della persona e dell'abitazione, sostegno amicale, preparazione e confezione di pasti, collaborazione ed appoggio nelle attività ricreative e altro ancora, la premura tra vicini, oltre ad essere più solerte perché coabitante di casa, può anticipare e coprire l’assistenza fornita dalle funzioni degli enti locali. Dove questo avvenga e sollevi le amministrazioni locali, assumendosene la soluzione, avrà riconosciuto un titolo di sussidiarietà, ed anche risorse in solido con mezzi adeguati ai programmi ed alla stabilità delle stesse associazioni.

Il vicinato è una fonte di aiuto, armonia, solidarietà e comprensione.

Aldo Marchesini

 IN CASE OF EMERGENCY

Gli operatori delle ambulanze hanno segnalato che molto sovente, in occasione di incidenti stradali, i feriti hanno con loro un telefono portatile.

Tuttavia, in occasione di interventi, non si sa chi contattare tra la lista  interminabile dei numeri della rubrica.
Gli operatori delle ambulanze hanno lanciato l'idea che ciascuno metta, nella lista dei suoi contatti, la persona da contattare in caso d'urgenza sotto uno pseudonimo predefinito.

Lo pseudonimo internazionale conosciuto è ICE (=In Case of Emergency).

E' sotto questo nome che bisognerebbe segnare il numero della persona da contattare utilizzabile dagli operatori delle ambulanze, dalla polizia, dai pompieri o dai primi soccorritori.

In caso vi fossero più persone da contattare si può utilizzare ICE1, ICE2, ICE3, etc.

Facile da fare, non costa niente e può essere molto utile.

Se pensate che sia una buona idea, fate circolare il messaggio di modo che questo comportamento rientri nei comportamenti abituali

 

LA  GRANDE  DOMANDA

 

Se eri un bambino negli anni 50, 60 e 70

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                                      Come hai fatto a sopravvivere ?
1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag...
2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.
3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo.
4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte. image0051.gif  image006.gifimage007.gif     image008.gif
5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6.- Bevevamo l'acqua dal tubo del giardino, invece che dalla bottiglia dell'acqua minerale...
7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni.        Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Si, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!  image012.gif
8.- Uscivamo a giocare image015.gifcon l'unico obbligo di rientrare prima del tramonto.          Non avevamo cellulari... image019.gif  cosicché nessuno poteva rintracciarci.  Impensabile image020.gif.
9.- La scuola durava fino alla mezza , poi andavamo a casa per il pranzo   con tutta la famiglia  

 (si, anche con il papà  ).    

10.- Ci tagliavamo , ci rompevamo un osso ,  perdevamo un dente  ,   e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti.  La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi.      
11.- Mangiavamo biscotti  image025.gif, pane olio e sale  pane e burro image026.gifimage027.gif,    bevevamo bibite zuccherate image028.gif  e non avevamo mai problemi di soprappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare...  

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 12.- Condividevamo una bibita in quattro... bevendo dalla stessa bottiglia  e nessuno moriva per questo. image031.gif
 13.- Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi image032.gif, televisione via cavo con 99 canali image033.gif, videoregistratori ,    dolby surround image035.gif, cellulari personali image036.gif, computer image037.gif, chatroom su Internet image038.gif... Avevamo invece tanti AMICI. image039.gif  image040.gif

14.- Uscivamo,  montavamo in  bicicletta  o camminavamo  fino a casa dell'amico  ,  suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.  image042.gif
15.- Si!    Lì fuori!     Nel mondo crudele!  Senza un guardiano!  Come abbiamo fatto?   Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis  ,  si formavano delle squadre per giocare una partita; image044.gif    non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma
16.- Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano.   Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né di iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno. image046.gif
17.- Avevamo libertà image047.gif,    fallimenti image048.gif,     successi ,     responsabilità image050.gifimage051.gifimage052.gif   ... e imparavamo a gestirli.   

La grande domanda allora è questa:    image053.gif

 

Come abbiamo fatto a sopravvivere ?  ed a crescere e diventare grandi ? image054.gif.
Se appartieni a questa generazione    ,   invia questo messaggio image058.gifai tuoi conoscenti della tua stessa generazione ….  ed anche  a gente più giovane  perché sappiano come eravamo prima.....

 

O com’è bello e allegro andare d’accordo!

Un ambiente che esprima associazioni, gruppi di cittadini, che favorisca cioè l’aggregazione, è chiaramente indispensabile, come la bellezza della natura. Serve a sottrarre l’uomo alla solitudine, all’indifferenza ed al cinismo che al chiuso delle mura domestiche, si lancia a commento delle notizie dei Telegiornali, in auto, digrignato addosso a quelli che c’intralciano, nel proprio caseggiato, vaporizzato sui vicini.

In ciascuno di questi casi, si crea anche uno scenario di modelli comportamentali tipici di un gruppo, di un “branco”, ma vediamo quali.

 

Per prima cosa la gente cerca delle affinità, un intento collettivo ed aggregante, poi, al raggiungimento di un gruppo di propri pari, raggiunta una cerchia, qualcuno ostenterà una sua virtù, qualcun’altro esibirà una propria maniera eccellente, ciascuno il suo carisma, e via, tutti protesi a conquistare punti d’approvazione e l’ambizione di vedere riconosciuto il proprio valore personale, finché nel gruppo non saranno riconosciuti degli ambiti, più o meno tacitamente, cioè stabilita una classifica (“gerarchia” e “leadership”), ossia assegnate le competenze: il “territorio”.

 

Essere riconosciuti dal branco è tutto.

E’ così che s’innesca l’ansia competitiva fra gli esseri umani. Normalmente tale competizione si esprime totalmente nel gioco, a scuola, sul posto di lavoro tra colleghi, ma siccome non riusciamo a staccarcene facilmente, la gara ce la portiamo dietro ovunque. Sempre pronti, a nostra rovina, ad aprire piccole dispute, contese, erigere “steccati” e “trincee”, a metterci “di traverso”.

Tutto l’opposto e diametralmente contrario all’edificazione di occasioni di coesione, seminagioni lavorate a convivialità e gioia di vivere, a momenti d’incontro e stringimento di legami sociali invocati da tutti.

 

Tra gli individui, quelli più permalosi, sono i più fragili. Scoperta la loro voglia d’egregiere (letteralmente uscire dal gregge), senza la fatica di competere, quando c’è un match, non stanno al gioco, si offendono, indietreggiano, rinunciano alla lotta e si ritirano in disparte per rimuginare  pensieri di rivalsa, di ripicca ed ostracismo (cacciata, bando, espulsione)  per l’“avversario”; poi ci sono gli "assenti/trasparenti", quelli anonimi e avvolti nell'oblio della privacy, dopo anni t'accorgi che sono vicini; di che avranno paura?

 

Istruzioni per la vita nella cerchia e nel branco.

Tutta la ricchezza di sincera vicinanza di cui è intessuta la nostra sfera di relazioni, lavoro/scuola, caseggiato, quartiere, comune, regione, ecc. è partita da un sorriso, un saluto e da un minuto d’ascolto; pensate a cosa si può ancora arrivare.

Se volete il favore del “branco”, promozionate ciò che unisce, piuttosto che ciò che divide. Quando parlate, non esprimete solo punti negativi, episodi spiacevoli, le solite controversie trite e ritrite, ma compiacendoci della verità, anche dell’apprezzamento ed un’equa misura di positività sulle cose, altrimenti finirete per seminare lo scoraggiamento, impersonando l’ambasciatore delle cose spiacevoli, sgradite e fastidiose.

 

Alimentare una conversazione dal corso facile, risulta una delle qualità immediatamente piacevoli agli altri: nessuna veemenza, nessuna interruzione, senza bramosie di vittoria, senza arie di superiorità. Un po’ d’ascolto e qualche moto di spirito, comunicano immediatamente agli altri viva gioia e soddisfazione nonchè un’esistenza tollerabile per tutti. Ricordate anche, che chi vuole stravincere, chi cambia discorso quando un altro si avvicina, sparge maldicenze, é destinato ad essere solo.

Non sono ugualmente tollerabili tutte le persone che ci circondano, alcune sono simpatiche, altre meno, ma non si può pensare solo ad ammonirle od a imbrattarle di maldicenza.

 

La casa, è il nostro secondo abito che ci riveste.

La scarsezza di relazioni tra vicini, produce anche conseguenze patologiche, muso duro e mal sopportazione del dirimpettaio, nessun “lasciacorrere” per: fumo passivo in ascensore, mozziconi di sigarette sparsi, stereo e rumorosità, cani, vasi, odori di cucina, armadi e masserizie sul balcone, panni stesi, orme di fango sul pianerottolo, sgocciolamento da sopra dell’acqua dei fiori, briciole e capelli sbattuti da sopra, parcheggio “furbesco”, passeggini-tricicli-biciclette, scarpe, sul pianerottolo o nelle parti comuni, fuori orario sistematico dei giochi in cortile, adulti che in estate vociano come in spiaggia, pur essendo in cortile e di notte,  motorini che sfrecciano in cortile, cani che lasciati soli durante la giornata abbaiano ore, quelle che rientrano alle 3 di notte camminando coi tacchi in casa, quelli che litigano in casa, antifurti che suonano sempre alla stessa ora e con la stessa modulazione, quelli che non pagano le spese condominiali ma spendono, il genitore che difende il suo bambino/a, perché non ha fatto niente, che nessuno deve permettersi di rimproverarlo, ecc.

 

 

Dobbiamo anche considerare che la parte atavica e un po’ animale che abbiamo dentro, talvolta produce piccole ossessioni sulla difesa del nostro spazio vitale. Nuovamente, se fossimo animali del bosco, segneremmo con le nostre secrezioni le conquiste del dominio sul terreno, ma essendo gente con spazi compressi o simbolici, ci limiteremo a cingere il nostro spazio con simulacri di steccati, di difese fatte d’intolleranza ed ostilità.

 

Per fare una prova a casa vostra,

provate a mettervi a tavola nel posto abitualmente di vostro padre/madre, moglie/marito, o familiare; un posto non è diverso dall’altro, eppure assisterete ad una rivolta. Come il parcheggio sul lavoro, o quello sotto casa, che dev’essere possibilmente sempre lo stesso, così come il posto ad una riunione ricorrente o nel banco in chiesa, il vagone in metropolitana, ecc. Gli esempi sono tanti, quelli più ossessivi, si svolgono in quello che l’uomo considera maggiormente il suo spazio vitale: l’abitazione.

 

I muri, talvolta troppo sottili perché custodiscano la nostra intimità, finestre e balconi di fronte rivolti proprio su di noi, ci fanno avvertire sempre una gran contrarietà e finiamo coll’arginare il nostro territorio con una silenziosa resistenza al vicinato.

Quanti di noi, dovendo indicare per una qualsiasi ragione un tale vicino di casa, lo chiamano per nome e non invece con un soprannome poco bonario.

 

Che profumo diffondi?

Un altro esempio per riflettere sui rapporti coi propri vicini di casa: quando l’odore di cucina invade il pianerottolo, o monta dalla cucina dal piano di sotto, propendete per definirlo “profumo di un qualche mangiare” o “puzza di minestrone”, “puzza di fritto”, insomma  …puzza?

 

Dice il poeta: … “vorrei nella mia mano raccogliere le vostre case, e come il seminatore, disperderle sui prati e le foreste, perché possiate a vicenda cercarvi”.

 

Aldo Marchesini

La civiltà della polenta inizia nel ‘700.

Mangiatori di polenta calda e abbrustolita.

Un estate è passa e arriva l’autunno. Quando le belle giornate sono così belle che ovunque s’indugia a guardare le cose vive che cambiano, le foglie i campi le risaie quasi mature ed il granoturco; tanto granoturco. Una presenza semplice e avvolgente il paesaggio.

In un dettaglio di questo grande quadro, il mattino luminoso, satura i colori e li rischiara. Asciuga i lunghi stocchi del mais, li fa crepitare, fino a sbrecciare i grandi cartocci lasciandone intravedere l’arancione delle pannocchie, promessa di un raccolto che tra qualche giorno, ammonticchiato sulle aie a seccare definitivamente, offrirà la sua consolazione ed il suo compenso al coltivatore e nell’aria il suo buon odore per tutti.

Effetto di una causa, iniziata con del letame ben decomposto sparso l’inverno passato, prima della semina primaverile.

 

E’ proprio seguendo i campi, il lavoro contadino che vi conduco in un gioco “causa-effetto” per rieducarci all’apprezzamento di quanto ci circonda con la sua semplice presenza.

 

Scelta la semenza, in base alle destinazioni d’uso (es. zootecnico -macinata a foraggio, per cavarne olio, farina, ec.), eccoci pronti al via, s’incide la terra con dei i solchi profondi 1,5 cm e distanti 60-80 cm, l’uno dall’altro. I semi non vanno seminati singolarmente, ma a gruppetti da 2-3 semi, distanti 25 cm l’uno dall’altro. Di questi 2/3 semi, quando i germogli sono grandi abbastanza da essere presi con le mani, si strapperanno quelli più patiti del terzetto lasciando solo uno, quello più in salute: il vincitore di una prima selezione.

 

La lotta della sopravivenza non riguarda solo il genere umano, ma tutte le forme di vita. Questa semenza forte e già vincente appena germogliata dovrà superare una continua aggressione da parte di predatori e parassiti.

Dall’alto, gli uccelli, dal basso, vermi e larve di ferretti e piralidi, dai fianchi le muffe, i funghi, il carbone del mais (un fungo spugnoso), la ruggine (vescicole ovali). Loro, piccoli semi di nessun conto, disposti per terra in frammisti al letame, scelti e piantati per assecondare il più possibile la natura che li avrebbe vivificati, crescono.

 

Dopo 50-80 giorni secondo la specie arriva la mietitura. La raccolta delle pannocchie avviene a 6 settimane dopo la comparsa delle “barbe”, da metà settembre. Durante la messe, nessun contadino indugia a raccogliere le eventuali pannocchie perdute sul  campo perché non sono considerate perse, ma un piccolo lascito di riconoscenza a Dio, alla natura, alla spigolatura di chi ne ha bisogno.

Il granoturco, va detto subito non è grano-turco, nel senso di Turchia, ma grano turkey dalla voce inglese desinato ai tacchini), Originario del centro America, questo cereale è il contributo più importante che il Nuovo Mondo abbia dato all’alimentazione dell’uomo. Era già coltivato 3.500 anni fa nell’altipiano messicano. I maya, gli Aztechi del Messico, i popoli amerindiani del Nevada e del New Messico degli Stati Uniti, gli Incas del Perù, ricorrevano al mais come alimento base. Nel 1000 a.C., lo usavano già per ricavarne la loro bevanda alcolica, una specie di birra.

 

Cristoforo Colombo portò il mais in Europa e nel giro di una sola generazione, la sua coltivazione si diffuse. Scriveva da Cuba, 6 novembre 1492, sul "Giornale di bordo"."L'isola è molto verdeggiante, piana e fertilissima, e non ho dubbio che tutto l'anno gli abitanti seminino il panìco (panizo) e lo raccolgano, così per tutti gli altri prodotti".

"La terra vi è fertilissima e ben coltivata a ignami (“alberi del pane” tipo patate), fagioli, fave differentissime dalle nostre e il solito panìco..."

"Fecero quindi portare pane, frutta svariate, vino rosso e bianco, ma non fatti d'uva, bensì dovevano essere di frutta, il rosso di una sorta ed il bianco di un altro e similmente qualche altro vino fatto di maiz che è una semente contenuta in una spiga come una pannocchia che io portai in Castiglia dove già ve n'è molto; e sembra che il migliore venga considerato di grande eccellenza ed abbia grande valore".


Nel ‘700, periodo di grandi carestie alimentari e grande miseria, si può dire che i nostri trisnonni furono sfamati dai contadini/campesinos sudamericani. Una qualità di mais era detta il “Sancarlone”. L’appellativo derivava dal grande contributo che San Carlo, diede per incrementarne la coltivazione. In tutta la pianura padana, ricca d’acqua, il granoturco finì per essere talvolta il solo sostentamento per la popolazione, al punto che per monofagismo (mangiavano solo quello) oltre che la comparsa della malattia della pellagra (scompenso alimentare dovuto alla mancanza di vitamine) in senso scherzoso e spregiativo venne fuori l’epiteto di : “Polentoni”.

 

Aldo Marchesini

Coloro che rinunciano a tentare sono molto più numerosi di quelli che hanno fallito. (H. Ford)

Trezzano è come la vogliamo quindi diamoci da fare. (Oliviero Camisani)

La gente che non ride mai non è seria. (Robert Schuman)

Non importa nascere in un pollaio quando si ha poi la fortuna di diventare un cigno. (Andersen)

In una sola volta la maldicenza colpisce tre persone: chi la fa, chi la subisce e chi l'ascolta.  (Henri Becque)

Ci sono paesi in cui le mosche stanno meglio delle donne.  (Cesare Pavese)  

Quello che facciamo è meno di una goccia nell'oceano. Ma senza quella goccia all'oceano mancherebbe qualcosa. (B. Madre Teresa di Calcutta)

Nella vita esistono due cose: le cose certe e le cose supposte. Le cose certe per il momento mettiamole da parte, ma le supposte? Dove le mettiamo le supposte?…  (Totò)

Meno tavole rotonde e più tavole calde. (M. Marchesi)

È curioso vedere che quasi tutti gli uomini che valgono molto hanno le maniere semplici e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore. (G. Leopardi)

Meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita. (Rita Levi Montalcini)

Agosto 1990 - Bonirola di Gaggiano (dietro casa nostra): Vigili e carabinieri si mettono sulle tracce di una pantera nera. La cercano anche con l'elicottero ma inutilmente. (fonte:www.alfredolissoni.com)

Che cosa è il bello?

Se lo chiedete ad un rospo, vi risponderà che è la sua femmina; se lo chiedete ad un nero della Guiana, vi parlerà di un naso schiacciato, di una grossa bocca e di una pelle oleosa ... (Voltaire)

"Sto a sentire con le mani dietro la schiena, non tutti sanno che me ne intendo". (C. Pavese)

Quando mio padre si comperò la bici, in paese ne ebbero un beneficio tutti. C’era sempre qualcuno che nel momento del bisogno gliela chiedeva. Una volta era per correre dalla levatrice, un’altra per andare a chiamare urgentemente il prete.

Mi raccontava questo per dirmi che, pur essendo lui disposto a prestarla -nessuno la sapeva usare- era tacito che toccasse a lui, prender su e pedalare fin dove era necessario. Io mi fissavo con lo sguardo nel suo, e, con l’aria di chi guarda attraverso come una trasparenza, focalizzavo verso l’infinito, cercavo di figurarmi i tempi in cui andare in bicicletta fosse dominio di pochi.

 

Tocca sempre a qualcuno, prima di altri, provare a pedalare e mostrare che dopo una fase di semplice apprendimento, la bici può avere un sacco di utilità. Ora, sento che la “bici” di mio padre, sta al computer ed a Internet, per molti del mio tempo. La cosa si ripete, le manovre sono semplici anche nel caso del computer e della “rete”, l'importante è che ci sia qualcuno che ci tenga dalla sella e c'incoraggi a “pedalare”.

 

La foto qui riportata, è l’esempio di cosa questa enorme risorsa potrà diventare, anzi  cosa sia già.

Prima della piazza inquadrata, c’è il fiume Rubicone, col ponte oltre il quale Giulio Cesare disse la celebre  («alea iacta est») “il dado è tratto”, temo perciò che sia stato un fascinoso seguito consequenziale, appena entrati nella piazza, saputo che c’era una webcam, lanciare tutti noi tre, all'unisono, la nostra citazione: “ Connettiti col telefonino ad Internet, vai nel sito del paese di Savignano sul Rubicone

[www.savignanometeo.com/webcam.as], che ci vediamo dalla webcam, poi salvi l’immagine e la mandi per e-mail, a casa, là al ritorno la copio per l’articolo.

 

Bastano pochi istanti ed eccoci divertiti e seduti sul basamento del monumento mentre vi guardiamo con i denti scoperti.

Aldo Marchesini

Nel medioevo: i milanesi liberati dalle tasse.

Chi l’avrebbe detto, ci fu proprio qualcuno che liberò i milanesi dall’incombenza coatta di pagare gravami ed imposte fiscali.

L’epoca è quella medioevale. Milano, è governata dall’ultimo dei Visconti, ultimo anche nel senso che costui non aveva figli maschi da inserire nella successione dinastica. Aveva sì, una figlia: Bianca Maria, ma una femmina, per l’epoca non andava bene ai fini della discendenza.

Poco più cinquantenne, obeso, di salute malferma, a causa dei suoi numerosi disturbi dovuti al diabete, il duca Filippo Maria Visconti, impersonava il tiranno giunto alla fine.

Ormai fiutato come “un boccone” dalle signorie nostre dirimpettaie, in testa i Veneziani. La situazione suggeriva ai Milanesi, sempre pronti a risvegliare lo spirito mai assopito dei “Liberi Comuni”, di organizzare in proprio una repubblica, legittima aspirante alla successione del governo della città, come in effetti avvenne poi con la Repubblica Ambrosiana.

La fine del regime Visconteo, fu una festa, si disse basta a tutti i tiranni e per stigmatizzare il dire con il fare, si passò ad abbattere il castello di Milano, che si chiamava di Porta Giovia (il castello sarà riedificato poi da Francesco Sforza, apposta: Sforzesco; era condannato alla stessa sorte anche il primitivo castello di Cusago, ma la peste lo costrinse a trasformarsi in un lazzaretto), perché mai più potesse essere fortezza e caposaldo d’altri tiranni.

Nonostante la nuova forza di governo, costituita dai “Capitani e Difensori della Libertà”, godesse di un vasto consenso popolare, “credendo che per le spese pubbliche bastasse la generosità spontanea di ciascun cittadino, al fine di rallegrare il popolo, la nuova Repubblica, liberò i Milanesi dalle imposizione fiscali”.

Il 21 settembre 1447, per ordine e proclama di quei capitani, furono pubblicamente date alle fiamme: libri contabili, catasti, estratti, quaderni ed appunti che servissero alla distribuzione dei carichi fiscali, con l’ingenua convinzione, che da poi ciascuno avrebbe versato all’erario secondo coscienza.

Purtroppo, il provvedimento, anche sotto gli auspici di Sant’Ambrogio, non sortì l’effetto sperato: nessun cittadino si presentò a pagare quanto di sua competenza.

Repentinamente, solo due settimane dopo, gli stessi fautori della novità dovettero correre ai ripari, modificando di nuovo il provvedimento.

Fu nuovamente reso obbligatorio e coatto il versamento delle tasse. Neanche a dirlo, furono ricostruiti i catasti e peggio, il rimedio comprendeva un premio per i delatori che consentivano d’identificare gli evasori. Con forte spregiudicatezza, vessazione ed arbitrariamente, quegli stessi capitani, tassarono ed obbligarono i sudditi a notificare quanto possedevano sotto pena della confisca. La Repubblica Ambrosiana durerà circa tre anni.

Pensare che per quei tempi, non c’era l’imbarazzo per la coscienza di attribuirsi un’aliquota: tutti ritenevano che il 10% fosse equo; universalmente, la “decima” (-parte), poteva soddisfare anche i questuanti ministri del Padreterno.

© -2005 www.trezzanow.it/Aldo Marchesini

Mi accompagni a comprare un paio di jeans?

 

  Volentieri, dove andiamo?

  La domanda sviluppa un gioco, ed attiva due diversi percorsi.

  A)  Vuoi spendere poco, cerchi il risparmio?

  B) Cerchi un capo d’abbigliamento che ti riempia d’orgoglio, che susciti invidia

       ed approvazione?

 Cosa passa per la mente di chi si compra un paio di jeans? Già, perché secondo come ciascuno intende un paio di jeans, si propende per uno dei due percorsi d’acquisto: il primo, di tipo razionale, il secondo, di genere emotivo e dei due quello più opprimente; che seguiremo.

 

Il disprezzo per l’ordinario, viceversa, l’avere un capo esclusivo, di firma, talvolta diventa un’ostentazione ossessiva, un “gioco”. Inconsapevole. Questo bisogno emotivo, di assicurarsi una visibilità di successo, è una mentalità crescente tra i giovani, e paradossalmente é anche la taglia di una personalità debole e ricettiva, tutt’altro che dominante, ed anzi, tanto più debole quanto più fissata per le “firme”.

 

Tutti cerchiamo il meglio, …un capo firmato ti assicura il meglio”. La griffe è una garanzia, ti solleva dal dover scegliere col rischio di sbagliare, di vestire superato, e magari subire di essere esclusi dal “branco”, invece, con un capo firmato, hai direttamente un prodotto affrancato al consenso del pubblico, intriso di testimonial belli, sani, sorridenti, di successo; di elementi che attirano l’attenzione e garantiscono occulti significati d’appagamento: “…Li preferisco perché mi sento apposto”. “Sono semplicemente mitici, …mitici e basta” (Mito = Cosa favolosa, della quale si parla come esistente, ma che veramente non sia).

 

Le industrie d’abbigliamento, sono molto attente alla gestione delle politiche d’immagine e investono vere fortune in pubblicità. E’ per questo che ornano i loro brands (marchi) con simboli di aquile, leoni e figure rappresentative la forza dell’ardire, dell’audacia, dell’ambizione (…“Che di leon avea la faccia ed il contegno”, …“Che sovra gl’altri com’aquila vola”). La pubblicità televisiva e quella stampata, sono piene di veemenza e fervore per imprimere il necessario “valore aggiunto” al jeans, senza badare se infine, i costi per l’immagine, sovrastano lo stesso valore intrinseco del manufatto.

 

A guardare attentamente, nel caso dei jeans, le campagne pubblicitaria non si affannano più a spiegare quello che il pantalone “è” (durevole, comodo, di buona vestibilità, con una buona mano di tessuto, resistente …anche per un minatore della California), ma ciò che il pantalone “fa” (…fa sorridere, allenta la tensione, da un’impressione migliore, ti distingue, cattura l’attenzione e l’interesse altrui, è una “livrea” d’appartenenza, un lasciapassare nel gruppo di propri pari, aumenta le tue probabilità di successo, anzi letteralmente: “For successful living” (Per una vita di successo). Chi costruisce i messaggi pubblicitari, sa bene cosa cerca un clienti, e come “accontentarlo”, battendo forte sul target (fascia di mercato) e “farla sentire apposto”, compiacerla, aumentarne la propensione fino a determinarne l’acquisto.

 

L’immaginario moderno, vuole i nuovi “vincenti”, rivestiti “di nuove luci e fascino, nuove tendenze”, ed in blujeans 14 once rivettati in rame, prestanti come “nobili armature”, piene d’ammaccature e consunzioni, con ancora attaccato il “fragore delle armi”, della virtù e del coraggio, vuole insomma, tutti torvi e minacciosi, rivestiti di grandi gesta rivolte al dominio del sembrare.

 La moda dei capi nuovi invecchiati ad arte, è la misura del rammollimento –vorrei essere vivace e coraggioso, ma non posso- mi accontento di sembrarlo. Del resto, il gruppo non mi biasima perché questo è un atteggiamento condiviso.

 

Si chiama: “built-in obsoletion”, ossia invecchiamento precostituito degli abiti. Chi non ha un jeans sdrucito, scolorito, sabbiato; “vissuto” ad arte? Quello cioè che fa supporre di indossare un capo pieno di storia, di aver attraversato un sacco di traversie e vicissitudini, come una bandiera vecchia: …onor del capitano.

 

Un casual di soli presupposti: finto l’orgoglio per un vissuto mai vissuto, nessuna capacità “no-limits”, un inganno l’ostentazione di fatiche mai consumate (work model), insomma tutta una finzione. Tutta una pseudo capacità di valicare le prove della vita. Grandi assenti l’audacia ed il coraggio, rimangono individui poco attrezzati e meno ancora inclini ad affrontare il quotidiano in modalità casual-random (così come capita), una normalità giornaliera fatto di buoni risultati e di smacchi, successi ed insuccessi. Invece, …tutto un mix di fregi e glamour (fascino), d’esibizionismo e sicurezza di sé, millantate, magnificate e mai vissute. Sì, belli, ma col sorriso del cameriere quando è stanco.

 

E’ un errore molto diffuso, specialmente tra i giovani e giovanissimi, quello di evitare ad ogni costo le difficoltà comuni, le prove, dove si può rischiare l’insuccesso; prove, che poi sono il vero apprendimento, la vera soddisfazione, la forza che abbatte la disperata noia giovanile, gli antigeni del disagio, la consapevolezza, quella sì, del -no-limits- sul valore della vita.

Chi non ha avuto delle prove, poco conosce.

 

Aldo Marchesini

Una sera,

mentre la mamma preparava la cena, il figlio undicenne si presentò in cucina con un foglietto in mano. Con aria stranamente
ufficiale il bambino porse il pezzo di carta alla mamma, che si
asciugò le mani con il grembiule e lesse quanto vi era scritto:
Per aver strappato le erbacce dal vialetto: 1 Euro.
Per aver ordinato la mia cameretta: 1,50 Euro.
Per essere andato a comperare il latte: 0,50 Euro.
Per aver badato alla sorellina (tre pomeriggi): 3 Euro.
Per aver preso due volte "ottimo" a scuola: 2 Euro.
Per aver portato fuori l'immondizia tutte le sere: 1 Euro.
Totale: 9 Euro.

La mamma fissò il figlio negli occhi, teneramente. La sua mente si
affollò di ricordi. Prese una biro e, sul retro del foglietto,
scrisse:

Per averti portato in grembo per 9 mesi: 0 Euro.
Per tutte le notti passate a vegliarti quando eri ammalato: 0 Euro.
Per tutte le volte che ti ho cullato quando eri triste: 0 Euro.
Per tutte le volte che ho asciugato le tue lacrime: 0 Euro.
Per tutto quello che ti ho insegnato, giorno dopo giorno: 0 Euro.
Per tutte le colazioni, i pranzi, le merende, le cene e i panini che ti
ho preparato: 0 Euro.
Per la vita che ti do ogni giorno: 0 Euro.

Quando ebbe terminato, sorridendo la mamma diede il foglietto al
figlio. Quando il bambino ebbe finito di leggere ciò che la mamma
aveva scritto, due lacrimoni fecero capolino nei suoi occhi. Girò il
foglio e sul suo conto scrisse: "Pagato". Poi saltò al collo della
madre e la sommerse di baci.

Quando nei rapporti personali e familiari si cominciano a fare i
conti, è tutto finito. L'amore, o è gratuito o non è amore.

 

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni...
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.

Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite...
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.

Però non trattenerti mai!

Madre Teresa: Donna

C'era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero di viaggiare, di  lavorare e di conoscere il mondo.

Così partirono tutti e tre con il loro asino.


 

Arrivati nel primo paese, la gente commentava: "guardate quel ragazzo quanto è  maleducato ...lui sull'asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano". Allora la moglie disse a suo marito: "non permettiamo che la gente parli male di nostro  figlio."

Il marito lo fece scendere e salì sull'asino.

Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: "guardate che svergognato quel   tipo, ...lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l'asino, mentre lui vi sta  comodamente in groppa."
Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le  redini per tirare l'asino.

Arrivati al terzo paese, la gente commentava: "pover'uomo! dopo aver lavorato tutto il  giorno, lascia che la moglie salga sull'asino, e povero figlio, chissà cosa gli spetta, con  una madre del genere"! Allora si misero d'accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull'asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.

Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del  paese: "sono delle  bestie, più bestie dell'asino che li porta, gli spaccheranno la schiena"! Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all'asino, ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo:  "guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli"!

Conclusione: ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri  qualcuno al quale tu possa andare bene come sei, quindi: vivi come credi, fai cosa ti dice il cuore ...ciò che vuoi, ...una vita è un'opera di  teatro che non ha prove iniziali, quindi: canta, ridi, balla, ama ...e vivi intensamente ogni momento della tua vita, ...prima  che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi.
Charlie  Chaplin

La Terra in Miniatura

 

Un vorticare nel vorticare, nuovamente compreso in un altro vorticare, ancora più grande.

 

Un giro di valzer con altre 2.500 galassie, stanno girando intorno al centro del Super Nucleo, in un moto centripeto, verso lo spazio profondo, a 2.172.500 Km/h.

 

Una di queste galassie: la Via Lattea, a sua volta ruota su se stessa a 774.000 Km/h.

 

Una delle stelle della Via Lattea, cioè il Sole, si circonda della Terra con tutti i pianeti in un girotondo che si muove ad una velocità di 105.570 Km/h.

 

In questo girotondo la Terra lentamente gira su se stessa con appoggiati sopra noi ed il nostro mondo.

 

Se potessimo ridurre la popolazione mondiale ad un piccolo villaggio di 100 abitanti, mantenendo le proporzioni atualmente esistenti, verrebbe qualcosa del genere:

Ci sarebbero:

57 asiatici

21 europei

4 persone dalle Americhe( tra nord e sud) e 8 africani

 

52 sarebbero donne

48 uomini

70 non sarebbero bianchi

30 sarebbero bianchi

70 non cristiani

30 cristiani

 

6 persone deterrebero il 59% della ricchezza di tutto il villaggio.

 

Delle 100 persone,

80 vivrebbero in condizioni subumane.

70 non saprebbero leggere

50 soffrirebbero di denutrizione

1 persona sarebbe in punto di morte

1 bambino starebbe per nascere

Solo 1 (si, solo 1) avrebbe un’ istruzione universitaria

 

In questo villaggio di 100 persone, ci sarebbe solo 1 persona in possesso di un PC.

Analizzando il nostro pianeta da questa prospettiva così ridotta si rivela pressante la necessità di accettazione reciproca, comprensione vicendevole ed educazione alla pace ed alla speranza di opportunità per tutti.

 

Ora rifletti...

 

Se ti sei alzato questa mattina con più salute che malattie, allora tu hai più fortuna dei milioni di persone che non sopravviveranno questa settimana.

 

Se non hai mai vissuto i pericoli della guerra e del terrorismo, la solitudine di essere carcerato, l’agonia di essere torturato o l’afflizione della fame, stai meglio di 500 milioni di esseri umani.

 

Se puoi andare alla tua chiesa senza paura di essere umiliato, arrestato, torturato o ucciso... allora sei più fortunato di 3 miliardi di persone nel mondo.

 

Se hai cibo nel frigo, vestiti nell’armadio, un tetto sulla testa e un posto dove dormire, sei più ricco del 75% della popolazione mondiale

 

Se hai dei soldi in banca, nel portafogli e qualche moneta nel salvadanaio...

Sei tra l’8% dei più ricchi al mondo.

 

Se i tuoi genitori sono ancora vivi e uniti...

Tu sei una persona molto rara.

 

Se tu hai letto questa messaggio, hai appena ricevuto due colpi di fortuna:

Qualcuno ti stava pensando e inoltre sei più fortunato degli oltre 2 miliardi di persone nel pianeta che non sanno nemmeno leggere.

 

Sii consapevole della tua fortuna, e ricordati che chi molto riceve, molto deve dare.

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